La Parrocchia di S. Michele

 

La prima notizia che si può ricavare dall’esistenza della Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo, per concorde testimonianza di storici e di biografi del Veggente di Celico, ci riporta agli anni intorno al mille. Se però si volesse basare l’indagine su un calice di vetro, eccezionale rarità, che tutt’ora si conserva in sagrestia, e dar credito ad una carta non però originale , si potrebbe risalire indietro di parecchi secoli e fissarne le origini al Duecento. Ma allora, contrariamente a quanto accertato circa l’edificazione delle più antiche Chiese dei Casali, si dovrebbe pensare che i casentini scappati da Cosenza per sfuggire ai saraceni edificarono le loro case attorno a quella Chiesa che certamente era centro di altre case, oppure che, se la carta non  è apocrifa, ed allora con maggiore probabilità, Celico era sorto almeno da seicento anni prima delle invasioni.

         La Chiesa doveva essere quella stessa che uno scrittore russo vedeva così negli anni che Gioacchino non aveva ancora lasciato del tutto il paese natale per la sua grande missione religiosa.

Comunque, dopo l’isolata e fugace citazione gioachimita, per trovare dati il più possibilmente sicuri bisogna superare un periodo di più secoli, muti di memorie. E questi dati sono forniti da qualche data graffita su una pietra, o da accenni in qualche atto notarile. Tuttavia questi incontri non hanno continuità; sono a sbalzi. Perché le notizie affluiscano con una certa regolarità bisogna entrare nel  XVII secolo. Allora, precisamente nel 1606, tutto quanto ha riferimento con la Chiesa è registrato nei fogli di una Platea che viene redatta dal notaio Matteo Ripoli, e che all’incirca centocinquanta anni dopo, riportata nei punti essenziali, è proseguita nell’altra ora esistente, rogata dal Notar Nicola Lettieri.

         La Chiesa, comunque andò sempre di più arricchendosi di opere scolpite, quali altari e monumenti fino a che, all’improvviso, il 27 marzo del 1638 subì un violento terremoto, terribilmente funesto per la Calabria, che lasciò in piedi poco del vecchio monumento. Riedificata con lo sforzo dei celichesi, non passerà molto tempo, e la necessità di nuovi lavori, provocati da scosse sismiche che si ripetono sia pure a distanza, si presenterà inderogabile, perciò il Sig. Pasquale Gesù Maria, maestro di stucco della città di Napoli, presente allora in Celico stabilisce “qualmente dovendo far coprire di stucco la Parrocchiale Chiesa, e far erigere nella medesima tre Cappelle, cioè la Maggiore, ed altre due nella Crociera”. Il Maestro era tenuto ad acconciare perfettamente tutte le Cappelle che esistevano nella Chiesa per la somma di settecentocinquanta ducati .

         Intorno al 1780 al termine di una funzione dopo la festività di San Michele , quando ancora non tutta la popolazione di fedeli accorsi aveva lasciato il sagrato, il soffitto crollò. Per essersene salvata la folla, venne votato da tutti un segno di gratitudine; ed il parroco, interprete del sentimento dei suoi parrocchiani, decise di sostituire l’opera con una migliore. E perciò prese contatti con Cristoforo Santanna che tante belle opere aveva dipinte nei Casali ed altrove meritandosi buona fama.

Il pericolo maggiore, però, era sempre costituito dai terremoti che, purtroppo, tornavano con frequenza a mettere in pericolo l’edificio. Per fortuna, uno solo, quello dell’8 marzo 1832 vi incise in maniera rilevante, risparmiandolo nelle scosse successive che di tanto i tanto si ripetettero fino al maggio. Ma i relativi lavori di restauro non potettero essere e non furono effettuati con sollecitudine, trovando menzione di essi soltanto sotto la data del 1854, ai quali, forse, fa riferimento la poesia di Costantino Jaccino in ricordo delle sollecitudini di Michele Morelli.        

         Aperta su tre navi con ampio presbiterio, ha il soffitto centrale arabescato con in mezzo un grande quadro raffigurante S.Michele, datato e firmato da Cristoforo Santanna 1787.

L’Altare Maggiore, ampio, di gesso mormorato, e da cui si dipartono gli stalli del coro in legno intarsiato da artista locale, è chiuso da elaborata balaustra in marmo. La Pala raffigura la Madonna col Bambino in gloria e i Santi Giacomo e Giovanni Battista di Dirck Hendricks, detto Teodoro d’Enrico il Fiammingo, di tanto pregevole fattura che la “Platea” precisa: “ tanto al vivo, esprimente, che da prattici di pittura è stato annumerato fra l’opra di squisiti pennelli”.

         In alto, alla parete di sinistra era posta l’epigrafe che ricordava il battesimo dell’Abate Gioacchino, dei Vescovi Matteo Guerra e Felice Via, di Francesco Mauro e della consacrazione che ne faceva l’Arcivescovo d’Aragona. L’epigrafe fu cancellata nel 1797 allorchè le due pareti furono affrescate da Cristoforo Santanna con episodi tolti dalla storia sacra. E fu in seguito ai danni prodotti dall’umidità alle pareti che nel 1877 gli affreschi vennero fatti ritoccare da Romeo Bevacqua.

         Il presbiterio non ha più il soffitto dipinto, essendo caduta la tela, per cui il telaio di legno è tutto scoperto. Ai due lati sono due imponenti altari dedicati a San Nicola da Tolentino, quello di destra, ed alla Madonna del Rosario di Pompei, quello di sinistra, mentre nelle colonne, dal lato prospiciente l’Altare Maggiore, sono ricavate due nicchie, ove sono le statue di S. Filippo Neri e di S.Francesco di Paola, e verso le navate sono le statue di S.Gaetano Tiene e della Madonna del Rosario.

         Sulla linea della navata di sinistra, di fianco all’Altare Maggiore è la sagrestia. Gli stipi per la conservazione dei paramenti del numeroso clero, dal tempo che vi sono rimasti soltanto i parroci sono andati deteriorandosi, ed oggi sono pressoché tutti malandati. Resta notevole, per il carattere antico, un lavabo che fu rifatto nel 1930. che reca incise nella pietra le seguenti parole: LAUTE MANUS HIC SPECTAT LABERE SACERDOS – AST ANIMUM PRAESTAT LABE LAVARE LEVI 1721. Vi è pure conservato un bel quadro della Madonna col Bambino e S.Alfonso Maria de’ Liguori firmato Raffaele Barone dipinse et inventò.

         Era da qui che si saliva all’organo, costruito nel 1583 dall’organaio Melina da Settingiano ed offerto alla Chiesa dall’Università. Il suo posto, adesso, è sulla porta centrale in un corpo avanzato sorretto da colonne; ove, probabilmente, fu trasferito durante i restauri posteriori al terremoto del 1638. La Platea fa menzione d’un piccolissimo campanile sovrastante la sagrestia, dotato di una sola campanella che serviva per dare il segno della celebrazione delle Messe nei giorni feriali.

         Il fonte battesimale in marmo, adorno di motivi scolpiti, posto al di sotto della scala lignea che sale all’organo, reca incisa la data del 1556. 00000000

Sulle due navate venivano disposte le cappelle che erano in numero dispari poiché su quella in Cornu Epistole si apre una porta che da qualche anno viene usata dai fedeli per l’ingresso in Chiesa. Perciò in questa navata vennero costruite, in progressione verso l’Altare, quelle dedicate a S.Francesco d’Assisi, a Santa Caterina Vergine e Martire, a San Martino, all’Immacolata. Lungo la navata in Cornu Evangeli erano le cinque dedicate, seguendo l’ordine detto, quelle della Madonna del Buon Consiglio, di S.Barbara, di S.Brunone, dell’Addolorata e di S.Andrea.

         Ma nelle descrizioni che di esse si trovano, impostando la titolazione variamente sulle immagini dipinte nella Pala, o nel medaglione sovrastante, o su successive aggiunte di nomi di Santi, il loro numero si eleva, originando ad esso difficoltà nelle localizzazioni.

         Quasi su un lato del sagrato, di fronte alla porta secondaria nella facciata principale, si alza il campanile “ che ha forzato qualsiasi forestiere affrancamente confessare con maraviglia, una Padria piccola aver avuto idea si grande colla rimostranza delle fabbriche dar motivi d’emulazione per il culto divino alle città più celebri e populate”.

         Eppure a quella costruzione si era giunti perché sospinti dalla necessità di dare giusta collocazione ad una grande campana che era già stata fusa e giaceva negletta per terra. Di tutto ciò ci informa una supplica dell’Università di Celico indirizzata al Viceré per chiedere l’autorizzazione a prendere una iniziativa per il reperimento dei fondi necessari per la costruzione dell’edificio.

Ottenuta rapidamente l’autorizzazione richiesta con altrettanta rapidità si passò a dare esecuzione ad un progetto che con ogni probabilità era stato già preparato da qualche abile capomastro locale. Tanto che due anni dopo, nel 1596, almeno il primo piano era già completato come prova la data graffiata sull’ultima mensola a sostegno del fregio.

A questo punto viene spontanea la domanda: Essendo la Chiesa stata costruita tanti secoli prima, come mai al Campanile si pensava solo sul finire del cinquecento? Una tradizione tutt’ora viva pretende che un campanile piccolo era stato costruito alle spalle della Chiesa, che ben poteva essere quello sovrastante la sagrestia.

Con ogni probabilità quello preesistente venne abbandonato, abbattuto e forse poi inglobato in qualche parziale ampliamento della Chiesa, perché incapace a sostenere la nuova campana, fusa pensando di fare cosa prestigiosa per la Chiesa stessa ed il paese tutto.

Alto, in origine, “centoventi palmi”, trenta metri, posto su quattro piani, dalla posizione eminente facilitava il diffondersi fin nel vallo di Cosenza e nella parte prossima della Sila, del suono della grande campana cinquecentesca, così come dell’altra, certamente più grande tutt’ora esistente. Ma nel 1871 venne accorciato nell’ultimo piano perché no poteva resistere oltre allo spostamento provocato dal movimento della campana del peso di “diciotto cantara e mezzo”, pari esattamente a quintali 23,97 e seicento grammi.

         Questa campana, celeberrima nella regione e fuori perché “ eccellente nel suono”, fu fusa dal 1648 al 1653 in Celico stesso, in un posto nei pressi della Chiesa medesima, poi coperto da case edificate nel settecento ed abbattute nel 1973 per dar luogo alla galleria della superstrada. Sebbene un graffito in alto rilievo sul bordo svasato dica hoc opus fecerunt magister Hyeronimus Conte et magister Joseph Galbatus- Anno domini 1653, essa fu opera del Galbato, messinese, e di Scipione e GiovanSimone Calmieri, di Bocchigliero.Essa non era solo nel grande campanile: ve ne erano ancora altre tre: due per le funzioni ed una per l’orologio. Le due furono rifuse, la prima nel 1797 da Nicola Granirei e l’altra dalla Cassa Rurale di Celico nel 1923.

         Sottostante al davanzale della finestretta del primo piano, al di sopra della piccola ed unica porta graffiata su una piastrella di tufo questa iscrizione:

1742

D.Carminus

Ripoli proc.

rest.fecit.

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E’ nello spazio antistante, detto il Cimiterio, che l’Università di Celico riuniva i suoi Regimentari, cioè gli amministratori per tenere i Parlamenti.

          La Chiesa era retta da tre parroci, detti anche Arcipreti, rispettivamente per le Cedole di Celsito, Sopranisi e Calderazzi, la cui amministrazione si teneva in comunità, poi secondo una divisione a tre, ed ora unite nella persona di uno solo, dopo essere stata unita in due: Sopranisi, comprendente Censito, e Calderazzi.