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La Parrocchiale di S.Nicola di Bari La Chiesa Parrocchiale di Minnito, dedicata a S.Nicola di Bari, fu edificata in cima all’abitato, torreggiando le case sottostanti quasi a significare, anche visibilmente, una posizione protettiva. Quando fu eretta? Non si può dare una risposta diversa da quella alla domanda formulata per la Chiesa di S. Michele. Ma mentre per quella,-è stato visto-, notizie se ne hanno a datare dal XI^ secolo, per questa la notizia più lontana rimonta al 1518. La data è graffita sull’arco di un portale tufaceo scolpito con putti e allegorie agresti, murato nel 1884, come attestava un’iscrizione pennellata nel vuoto dell’arco soprastante la porta dalla quale spunta un gradino roso dal secolare passare dei fedeli. Fu allora aperta soltanto la porta, e furono eseguiti altri lavori? Una cosa, o tutte e due insieme è certo che la porta fu posticcia, ed a darne conferma è la sua collocazione sul fianco dal lato di levante. Comunque ci sarebbe da supporre che altri lavori vennero eseguiti alla facciata, ma mancano le prove inoppugnabili. Successivamente, per oltre 80 anni, nessuna indicazione soccorre a dare continuità alla registrazione di pensabili lavori compiuti per restauri o abbellimenti. Soltanto pel 1602, come attesta quella data graffita sull’arco della prima volta della navata in cornu evangeli, si può ritenere che si fosse proceduto a qualche lavoro; probabilmente a quelli per la collocazione dell’organo nella seguente, poi sostituito da altro nel 1714. Ad altri lavori non specificabili si dovette procedere nel 1618, se questa data graffita sull’arco della porta centrale ha un tal significato. Comunque si può dire che quel secolo XVIII^ resta vuoto di registrazioni sicure: non un’eco è giunta fino a noi; non una memoria i padri hanno tramandato ai figli. In compenso, da quell’anno ogni cosa verrà registrata: dai lavori che vengono eseguiti allora a quelli del secolo XIX^, perché il parroco D. Carlo Cesare Celso nel 1619 da incarico al Notaio Monetto Parise di dar mano alla stesura della Platea: quella stessa che nelle sue pagine riceve lo scritto di quanto riguarda la Chiesa- opere, acquisti, beni – fino al 1728, anno in cui, forse perché le pagine tutte riempite, il parroco Don Francesco Bosco la fa proseguire in un’altra dal Notaio Giuseppe Torano. E’ grazie ad essa che oggi è possibile tracciare i lineamenti di una storia parrocchiale. Peccato, però, che ciò che era contenuto nella prima è riportato in sunto nella seconda; e solo questa esiste.
Nel capitolo descrittivo è
detto, fra l’altro, che la Chiesa ha “cimiterio in due parti,
campanile attaccato nella parte d’innanzi ; fondata, con lamia nel
coro, nave et due ali, col l’intempiature di legniame, pelastri di
tufi, l’estremi seu cornicioni di detti pelastri indorati; organo,
fonte battesimale di marmo, una fonte per l’acqua benedetta con piede
et coppa di marmo, pulpito di noce lavorato et indorato….vi sono
ancora dentro la Chiesa sudetta diversi Altari tanto di detta Chiesa,
come di diversi particolari patroni di quelle”. Costruita su tre navate di chiaro stile romanico che sono formate da ampi archi in conci di tufo con cornici sbalzate ed incise di fregi, i quali archi si aprivano su tre altari per lato, a sinistra e a destra, nella linea architettonica non fu mai toccata nei vari restauri, se non in quelli del 1957, quando, fra l’altro, vennero tolti gli antichi altari laterali, e sostituiti da uno per lato su tre nicchie. La navata centrale, larga e poco lunga, termina nell’abside che è limitata da un arco trionfale e costituita da una volta a crociera pure di conci poggianti su quattro grosse mensole dello stesso materiale. La ricchezza ed il pregevole del presbiterio sono veramente notevoli: il coro ligneo, molto ben conservato, occupa le due pareti laterali con i suoi dodici stalli, in capo ai quali sono i tronetti per il Parroco e il Vicario Foraneo. Esso, dice la Platea, nel 1754 “fu lavorato da mastro Francesco Noce, e di pura mastria sono pagati ducati sessantacinque, che con la legname e i chiodi ascende la spesa di docati centotrenta” ; l’Altare Maggiore- anch’esso ligneo, con intagli, dipinto e dorato, con simulacri di S. Pietro e Paolo in nicchie ricavate nello stesso legno ( e tutto questo fa pensare ad una identica ispirazione con la vasta parrocchiale di Pedace, come, per la sola architettura di Spezzano Piccolo e di S. Biagio in Spezzano della Sila), e sovrastato da un’ovale in cui è un quadro dell’Eterno Padre di autentico valore artistico, ma anonimo. Esso arieggia Raffaello, ed è la sola opera dinanzi alla quale l’ammirazione non dona titolo di competenza. In una grande tela è ritratta l’Annunziazione di Maria, firmata D. Sorrentino 1674. Il coro è sovrastato da quattro affreschetti, due per lato, raffiguranti S, Raffaele Arcangelo con Tobiolo, opera dell’artista locale Raffaele Ventura che lo dipinse nel 1865; S.Pasquale Beylon; S. Giuseppe; S.Giacinto Polono. Tra questi due, più in lato, è affrescato il Cuore di Maria, e, di fronte, sull’altra parete, fino al rimaneggiamento nel 1957 era l’epigrafe che ricordava un precedente restauro: D.O.M. ANNO
REPANIS HUMANAE MDCCLVI DIE
X NMBRIS R. D. BERNARDINO VALENTE
PAROCHO MANNITI HOC TEMPLU S.
NICOLAI ILLMUS ET RMUS D. MICHAEL CAPECE
GALEOTA ARCHIEPUS CONSUS SOLEMNI
POMPA COSECRAVIT. QUOT- ANNIS
DOMINICA PROXIMIORI FESTO S.
LUCAE ANNIVERSARIUM COLEBRANDUM ERIT E la Platea annota: “ L’anno 1756 à dieci novembre è stata consacrata questa Chiesa Parrocchiale da Mons. Ill.mo Don Michele Maria Capace Galeotta Arcivescovo di Cosenza, e vi sono poste nella pietra sagra le reliquie de’ Santi Martiri S. Prospero, S. Pio, S, Giocondo, S. Fortunato, S. Vincenzo e Santa Reparata; l’anniversario di detta consacrazione a richiesta del Clero è stato assegnato per la domenica più prossima alla festa di S. Luca Evangelista, come dalla bolla che si conserva nell’Archivio della detta Chiesa. Don Bernardino Valente Parroco “. Queste reliquie si aggiungevano ad altre che vi erano custodite da lunga data, senza potersi sapere precisamente dove. Comunque la memoria si conserva di quelle di S, Vincenzo Martire e S.Candido, S. Giusto e S. Lucio, mentre si sa che in un reliquario erano conservate quelle di S. Nicola di Bari, S.Francesco Saverio, S. Fulgenzio, S. Filippo Neri, S. Pasquale, S. Vitale, S. Giovanni, S. Bonaventura, S. Francesco di Sales, e un pezzo della veste di S. Giuseppe. Smarrita invece, era la memoria delle reliquie di DS. Gennaro Martire Cagliaritano, S. Caio, S. Ambrogio, S. Antonio e S. Giulio che il 10 novembre 1654 P. fra Francesco di Celico, dei Cappuccini aveva consegnante solennemente ad alcune personalità del paese. I lavori eseguiti dal 1944 al 1957 sono serviti soltanto per distruggere e per degradare una Chiesa raccolta, calda, adorna, in un ampio vano che dell’antico conserva la misura e le colonne. La navata centrale, che fino al 1957 conservava la grande bella tela del soffitto effigiante S. Nicola al Concilio di Nicea, firmata e datata Antonio Granata 1800, è stata ridotta ad un moderno pacchiano, estraneo e freddo. Sono scomparsi il settecentesco soffitto che anziché ricostruire si è preferito sostituire con semplici tavole scannellate nel 1927, quando il Parroco D. Domenico Intrieri fece restauri alle mura ed alla facciata e rifece a nuovo il pavimento. Almeno il carattere della Chiesa non ci rimise, anche se le lastre tombali con stemmi ed epigrafi vennero distrutte. Scomparso è il pronao ligneo intarsiato e dipinto in oro, collocato in sporgenza nella volta dell’arco di centro ove era l’organo- in maniera identica che nella Parrocchiale di S. Michele- che da un pezzetto di carta incollata in un punto interno si poteva apprendere che era stato costruito nel 1714, e che fino a pochi anni prima era stato in perfetta efficienza. Invece di quello, distrutto nel 1944, fu costruito un corpo avanzato sulla porta principale, adornato dei pochi resti lignei disposti in disordine, a mo’ di testimonianza e di premura di conservazione, ma quanto basta per dare spettacolo del loro pregio e motivo di dolersi dell’ingiustificato spostamento che è servito soltanto per distruggere una bella cosa. Fino al 1957 era rimasto pure il pergamo, posticcio ed inadeguato allo stile ed all’ambiente nuovi, dei quali era una interruzione che dava subito all’occhio. La navata di destra, che fino al 1944 terminava sulla porta della sagrestia, ora si può dire si allunghi nella Cappella della Madonna di Lourdes, che vi è stata eretta in sostituzione della sagrestia stessa che conservava un bel soffitto in noce cassettonato e mobili di buona affattura locale. Per ottenere la Cappella sono state quindi murate le porte che davano accesso al coro ed alla grande Cappella della Confraternita dell’Immacolata, ove, nella stessa occasione, è stata, dopo riattamento, trasferita la sagrestia. Ma di ciò si farà parola a suo luogo. La navata di sinistra che si concludeva sul cancello in ferro battuto della Cappella di S. Filomena adattata a gentilizia dai Baroni Lupinacci, ora prosegue nella medesima, abbattuta la cancellata mediante un gradino, e trasformata in stile moderno nel 1942. Ma anche di essa più dettagliate notizie a suo luogo. Nella sagrestia, con bel soffitto ligneo cassettonato e dipinto era conservata una Cena anonima, e vi erano stipi lavorati da artigiani locali. Il Campanile, che è posto, come si è scritto, nella parte anteriore del sagrato, attaccato d’angolo alla Chiesa, non è di grandi proporzioni, tuttavia dai suoi proporzionati finestroni è possibile avere davanti un panorama bello e sconfinato che si estende dalle montagne del nicastrese a sinistra a quelle di Castrovillari e del Pollino chiuse di fronte dai contrafforti della catena costiera, quell’istesso panorama che, pur più ristretto e visto entrandoci da Nicastro fece esprimere all’inglese Swinburne ai primi dell’ottocento, parole di incantata maraviglia per la sua bellezza variata dal teatro dei paesi diffusi sulle coste delle montagne, esaltandosi per la vista di Celico che gli richiamava alla mente il grande Abate. Le due campane, delle quali una più grande, non hanno il valore di quelle di Celico: le solite parole graffite attorno per ammonire che suonano nelle liete e nelle tristi occasioni, e null’altro.
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